Il sindacato come soggetto di innovazione?

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La CGIL il 30 e 31 Gennaio 2018 ha tenuto la sua conferenza di programma a Milano. Ha invitato alcuni esperti esterni per segnalare il proprio interesse a dibattere alcuni temi chiave dell’innovazione su cui il sindacato stesso deve innovarsi: Giorgio Metta (Vicedirettore IIT di Genova) sulle innovazioni tecnologiche, Enrico Giovannini (già Presidente Istat e Ministro del Lavoro e ora Presidente AISVIS) sui temi della sostenibilità; Mariana Mazzucato (University College Londra) sui temi dello Stato Imprenditore; Federico Butera sui temi della partecipazione nella progettazione integrata di tecnologia, organizzazione e lavoro. Di seguito una sintesi dell’intervento.

Il futuro del lavoro dipende in gran parte dall’innovazione dei suoi contenuti. Bruno Trentin già nel 1973 aveva sostenuto la necessità e possibilità di modificare il contenuto dei lavori, sia dei più qualificati sia di quelli operativi, facendo ricorso a un aumento delle conoscenze e attivando competenze, non solo per eseguire, ma per risolvere problemi o per fare miglioramento continuo e innovazione. Egli aveva proposto di cambiare l’organizzazione e i sistemi professionali con percorsi di coinvolgimento e partecipazione per incrementare competitività e occupazione, migliorare la qualità della vita di lavoro, creare una cittadinanza che parta dal lavoro stesso. Oggi è necessario riprendere la sua lezione: intervenire sui contenuti di lavoro e attivare forme di partecipazione istituzionale e dal basso.

Le nuove tecnologie non avranno effetti deterministici. Le possibilità tecnologiche attuali si potranno sviluppare pienamente solo se vengono attivati gli altri due fattori della quarta rivoluzione industriale, cioè l’organizzazione e il lavoro. Questo in parte sta già avvenendo, ma solo a macchie di leopardo e insieme a fenomeni altamente negativi. Siamo ora in grado di promuovere una nuova idea di impresa e di organizzazione: business model e nuovi prodotti e servizi centrati sui clienti; reti organizzative planetarie; unità organizzative flessibili e reti organizzative che consentano autonomia, funzionamento organizzativo sui team e comunità di pratiche; sistemi di coordinamento e controllo non solo gerarchici; una nuova cultura ed etica dell’impresa.

Anche il lavoro deve e può essere concepito intorno a una nuova idea basata su vari valori: responsabilità legata ai risultati; presa in carico del cliente interno o esterno; ruoli aperti e mestieri a banda larga oltre le mansioni parcellari e le posizioni gerarchiche; padronanza delle relazioni con altre persone e con il sistema tecnico; capacità di recupero di varianze; autorità di contribuire al miglioramento e all’innovazione continua; istruzione, formazione e professionalizzazione di tutti; messa in campo di competenze tecniche necessarie per svolgere il task (hard skills) e competenze e capacità di creatività, cooperazione, comunicazione, condivisione di conoscenze, contributo alla comunità (soft skills).

Un lavoro che susciti impegno e passione. Che includa anche il workplace within, ossia il posto di lavoro che è dentro alle persone, fatto dalle storie lavorative e personali, dalla formazione, dalle aspirazioni e potenzialità. È dunque necessario avviare un movimento culturale per narrare e spiegare il lavoro, per dargli valore e per cambiarlo. Ma è solo con la progettazione che sarà possibile disegnare le nuove organizzazioni, le nuove imprese, le nuove città, le nuove società e, soprattutto, la qualità e quantità del lavoro.

Per far questo occorre fare politiche pubbliche e private all’altezza della sfida: politiche fiscali per la generazione di risorse; investimenti infrastrutturali; politiche industriali di sostegno alla innovazione tecnologico-organizzative; sostegno alla attivazione di cantieri di progettazione di nuovi sistemi tecnico-organizzativi e di nuovi lavori; massicci investimenti nella istruzione e formazione tecnica; programmi innovativi di qualificazione e formazione di chi ha perso il lavoro; piani sociali per chi perde il lavoro; defiscalizzazione del lavoro giovanile

Per far questo soprattutto occorre attivare quattro livelli della progettazione per realizzare nuovi sistemi socio-tecnici nella realtà e con la partecipazione delle persone e dei corpi intermedi: innovazione e cambiamento strutturale e miglioramento continuo delle singole organizzazioni, pianificazione strategica territoriale, progettazione delle reti organizzative, reinventing governement.

La prospettiva di questi processi di progettazione macro e micro deve essere quella di dare valore economico e sociale al lavoro e di promuovere la qualità della vita di lavoro delle persone: ossia la professionalizzazione di tutti, superando così le polarizzazioni tra nuovi lavori superqualificati e il riapparire di lavori in frantumi.

In tutti e quattro questi livelli occorre promuovere la partecipazione delle persone, valorizzando le loro esperienze e visioni.

La complessità e la crucialità della quarta rivoluzione industriale fa sì che nessuno da solo può progettare i nuovi sistemi senza generare effetti negativi: occorrono in fase di progettazione modelli nuovi di partecipazione delle istituzioni, della scuola, del sindacato.

La dimensione di difesa dei diritti e la dimensione distributiva richiede infine la revisione –oggetto di questa conferenza- dei contenuti e dei metodi di contrattazione nazionale, territoriale, aziendale sia nelle situazioni note che soprattutto quelle inedite, come il lavoro nelle piattaforme, il lavoro autonomo, il contrasto al lavoro nero e molto altro.

Uno sviluppo più approfondito di questa tematica è contenuto nel saggio “Industria 4.0. come progettazione partecipata di sistemi socio-tecnici in rete”, in Le trasformazioni delle attività lavorative nella IV Rivoluzione Industriale a cura di A. Cipriani, A. Gramolati, G. Mari, Firenze University Press.

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